All’inizio degli anni Ottanta La Pietra si presenta (anche
grazie alla frequentazione di Eco, Dorfles e Bettetini) con
una forte intenzionalità teorica e progettuale intorno
alla categoria “memoria”. Egli ritiene che la crescita
dei sistemi legati alla telematica e all’informatica porterà
alla perdita della memoria tradizionale (tridimensionale) per
la crescita di una nuova memoria (bidimensionale).
E’ tutto leggibile nella mostra “Cronografie”
del 1980 alla Biennale di Venezia, nel suo libro “Pro-memoria”,
nel progetto “La
casa telematica” del 1982 e nel video “Memoria
tridimensionale memoria bidimensionale” del 1981:
alcuni momenti in cui egli comunica le proprie teorie, concretizzandole
in eventi spettacolari.
Gli anni Ottanta lo porteranno ad affrontare uno dei procedimenti
creativi più difficili: conciliare concettualità
e spettacolarità. Ma proprio la sua più
che decennale frequentazione dell’arte “concettuale”
lo aiuterà ad affrontare il decennio (troppo spesso connotato
da fattori spettacolari), combinando spesso felicemente le due
categorie. Una combinazione che all’inizio del periodo
troviamo nelle sue opere (mostra “L’intelligenza
dell’effetto” a Palazzo Dugnani a Milano), nei suoi
progetti (progetto di ristrutturazione dell’Orto Botanico
a Milano, dell’Orto Botanico a Palermo, del parco urbano
Ex Manifattura Tabacchi a Bologna) e negli oggetti come le ceramiche
“vasi per giardini e giardini per vasi”.
Il "Giardino del ‘700", luogo di piacere e di
contemplazione, sarà il riferimento teorico culturale
e spesso anche formale per esprimere al meglio la combinazione
“concettualità-spettacolarità”;
così una panchina non sarà solo un luogo per una
piacevole sosta ma anche un osservatorio da cui è possibile
guardare, intravedere, contemplare...
Su queste premesse, il suo lavoro sarà spesso a contatto
con le ricerche dell’inizio degli anni Ottanta, come quelle
del design (Memphis e Alchimia) o dell’architettura (postmoderno);
ma la sua posizione, proprio per i continui riferimenti alla
memoria, alla spettacolarità e alla concettualità,
si esprimerà ben presto a favore di un neo-eclettismo
capace di usare con disinvoltura le diversità. Tale percorso
lo porterà ad esplorare aree sempre più nascoste,
poco frequentate per quella sua radicata convinzione di “operare
superando tutti i tabù”.
Egli abbatte l’ultimo tabù della nostra cultura
materiale, guardando con maggiore attenzione al mondo che produceva
oggetti (mobili) in stile. Il mobile classico, (“in stile”),
era, fino alla metà del decennio, appartenente ad un’area
di produttori/artigiani spesso definiti “falsari”
e che rifacevano oggetti del passato. Con il film “Classico-contemporaneo”,
del 1985, egli rilegge quest’area culturale, riportando
il “fatto a mano”, la “riedizione”,
“le tecniche tradizionali da rinnovare con il progetto”
all’attenzione del mondo culturale e produttivo.
Nelle mostre “Abitare
il tempo” nella fiera di Verona, “Abitare
con arte”, nell’ex chiesa di S. Carpoforo a
Milano, egli dimostra, attraverso opere proprie e di centinaia
di artisti, architetti, designers (coinvolti a collaborare,
spesso per la prima volta, con aziende del mobile classico e
della tradizione), come, in questa collaborazione, sia possibile
riscoprire il valore della materia e della sua trasformazione,
delle tecniche tradizionali riproposte per un progetto contemporaneo.
In altre esplorazioni, come quella della "cultura
balneare", ritroviamo il La Pietra che percorreva alla
fine degli anni Sessanta le “periferie urbane” alla
ricerca delle “culture marginali”. Una serie di
mostre e di seminari ripropongono all’attenzione i comportamenti,
le forme, i segni di una “cultura autonoma”, quale
quella balneare, in grado di produrre un sistema di segni dove
egli trova ulteriori suggestioni per i suoi disegni, quadri
e oggetti.
In questi anni i suoi quadri si riempiono di nuove forme, sempre
più ispirate alla cultura mediterranea; gli oggetti rimandano
spesso alle opere di Ponti, di cui egli è appassionato
studioso: a metà del decennio scriverà la prima
monografia del grande architetto, sostituendosi agli storici
che per diverse ragioni non avevano saputo e voluto avvicinare
l’opera di questo protagonista del nostro secolo. Ponti
ed Ulrich saranno riproposti grazie a La Pietra, che con le
sue monografie dimostrerà la sua attenzione nei confronti
di quelle “arti applicate” dimenticate dal design
italiano.
Con la mostra ad "Abitare il tempo" del 1987 intitolata
“Genius loci”, La Pietra inizia una "crociata"
alla riscoperta delle aree omogenee di cultura materiale all’interno
delle quali porterà la "cultura del progetto"
per la loro riqualificazione. In questi anni, sviluppa un’attività
intensissima: insegna all’Istituto Statale di Monza, è
professore a contratto alla Facoltà di Architettura a
Palermo, Torino, Venezia, è redattore di Domus e quindi
dirige la rivista Area e Abitare con Arte, organizza mostre,
presenta i nuovi quadri in diverse gallerie in Italia e all’estero,
suona ormai da anni due sere alla settimana con la Global Jazz
Gang (al Capolinea, al Santa Tecla, al Club Due e alle Scimmie
di Milano), partecipa a diversi concorsi di architettura, ma
soprattutto disegna moltissimo.
Un decennio pieno di azioni, condotte sempre con entusiasmo,
operando spesso all’interno delle istituzioni, ma non
facendosi mai coinvolgere dalle stesse; questa posizione, dopo
trent’anni di attività, lo porterà a non
beneficiare di nessun riconoscimento. L’unico grande riconoscimento
gli verrà, alla fine del decennio, da una delle persone
che lo hanno sempre stimato: durante il Congresso Internazionale
sulle Utopie a Roma, Eugenio Battisti gli conferirà il
“Premio Utopia”.